L’OSTEOPATIA NELLA VITA QUOTIDIANA

COS’È IL PRESENTE?

 

Quando diciamo “adesso” ci riferiamo al preciso istante di tempo in cui stiamo parlando e diamo per scontato che innumerevoli altri avvenimenti, che tutti insieme formano il “presente”, stiano accadendo in quello stesso istante in ogni luogo dell’Universo. Eppure, la teoria della Relatività ci mostra che un “adesso” universale non può esistere, perché la simultaneità tra gli eventi è relativa al moto di chi li osserva. Il “presente” perciò non è un singolo istante, ma un intero intervallo di tempo.

La relatività ci insegna che in generale non esiste un “adesso” univoco per luoghi separati tra loro, perché l’istante di tempo che chiamo adesso dipende dal momento di chi lo misura. Quindi due eventi che avvengono simultaneamente per un osservatore non avvengono simultaneamente per qualunque contro-osservatore che si trova in movimento rispetto al mio.

Quindi tutti gli eventi che stanno accadendo in questo momento, per me sono contemporanei alla mia lettura, accadono in tempi diversi e quindi sono non contemporanei alla mia lettura per chiunque si muova rispetto a me. La simultaneità che fin ora ho considerato un concetto assoluto, è in realtà un concetto relativo. Tutto parte dal fatto che la velocità della luce è indipendente dal movimento di chi la osserva, ovvero 300.000km/s. Quindi la velocità della luce è una velocità assoluta.

Questo ha il suo valore nella simultaneità degli eventi nell’universo, perché la simultaneità è relativa proprio perché esiste una velocità assoluta.

Da qui posso dedurre che vivere il momento presente è qualcosa di cui tutti siamo consapevoli, ma che in pochi facciamo davvero a causa della fretta, del lavoro, dello stress e di molti altri fattori che rendono i giorni tutti uguali.

Solo quando siamo ammalati o in situazioni ostili, siamo consapevoli del qui ed ora, del nostro presente che tante volte ignoriamo senza rendercene conto.

Tuttavia, sacrificare il nostro presente per pensare al futuro non ci consente di goderci il “qui ed ora”.Questo “qui ed ora” che racchiude il senso della vita, tutte le cose positive, tutta la nostra felicità.

La fretta, lo stress, la consapevolezza di pensare sempre al futuro ci impediscono di guardare al presente e di vedere cosa abbiamo raggiunto fino ad ora. Non riusciamo a goderci i nostri successi, obbligandoci a guardare sempre davanti a noi.

Il tempo è qualcosa di effimero e assaporarlo è difficile. La cosa curiosa è che diamo più importanza al nostro passato e al nostro futuro che non al nostro presente. Quel presente che ci passa così velocemente davanti agli occhi che nemmeno ce ne rendiamo conto. Siamo abituati a guardare dove camminiamo, invece di concentrarci sui nostri passi.

Il passato ci aiuta ad imparare e andare avanti, mentre il futuro ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi, a motivarci e farci sognare quello che desideriamo.

Il passato è ciò che sono stato, è importante per conoscere i miei errori ed i miei traguardi. Pensare al passato è fondamentale per capire il mio presente. il mio percorso ha bisogno di avere un senso e sapere da dove vengo è essenziale per capire dove sto andando.

Il cammino è fatto di piccoli passi…

Vivere il presente significa trovarsi qui ed ora, il tempo che viviamo è davanti ai nostri occhi, possiamo toccarlo con mano e modificarlo con le nostre azioni e le nostre decisioni.

Vivere il presente vuol dire trovarsi qui ed ora, impegnarsi al massimo per vivere il momento presente.

Ma in tutto questo dov’è il presente? Quante cose evitiamo di fare a causa dei ricordi del passato o della paura del futuro?

 

 

COS’È L’INCONSCIO E COME SI MANIFESTA NELLA VITA QUOTIDIANA

 

Quando ci scordiamo della riunione condominiale e non è una semplice dimenticanza. Quando sogniamo di litigare con il nostro collega di ufficio e forse siamo preoccupati per il nostro lavoro. L’inconscio è sempre lì, a ricordarci che non tutto è sotto il nostro controllo. Ma allora a cosa serve la conoscenza del proprio io?  Cos’è l’inconscio?

È la parte della nostra psiche sconosciuta a noi stessi, ossia quella parte che non raggiunge il livello della coscienza. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, ricorriamo proprio al padre della psicanalisi, Sigmund Freud, che chiarisce meglio il concetto paragonando il nostro apparato psichico ad un iceberg. La parte dell’iceberg che emerge al di sopra dell’acqua è la parte conscia, mentre la parte sommersa, tra l’altro molto più grande di quella visibile, è la parte inconscia.

Secondo Freud il funzionamento psicologico di un individuo è distribuito in tre grandi aree, non perfettamente circoscritte: il conscio, il preconscio e l’inconscio. Il conscio o coscienza è la parte di cui noi siamo consapevoli, quella più razionale; il preconscio invece, racchiude in sé tutti quei fenomeni psichici che pur appartenendo già alla sfera dell’inconscio sono prossimi a diventare consci senza resistenza alcuna e in qualsiasi momento. E l’inconscio?

L’inconscio è, tornando al nostro iceberg, la parte invisibile, quella sommersa nell’acqua, un’area fuori dal nostro controllo di cui dobbiamo interpretare i segnali attraverso diverse manifestazioni come i sogni, i lapsus e altri sintomi ed evidenze da comprendere. Nell’inconscio troviamo i ricordi più remoti della nostra infanzia, emozioni e passioni nascoste, desideri non confessati neppure a noi stessi. Probabilmente facendo più attenzione a tutto quello che ci capita durante la giornata, anche noi ci accorgeremmo di qualche manifestazione del nostro inconscio.

Quante volte ci è capitato, per esempio, di scordare completamente un appuntamento dal commercialista o con una persona non gradita? È abbastanza plausibile che inconsciamente noi (o meglio, il nostro inconscio) abbia messo in atto un meccanismo di rimozione per saltare a piè pari un impegno che non volevamo rispettare. Quante volte ci è poi capitato di fare sogni incomprensibili? Sognare di litigare con qualcuno può evidenziare uno stato di tensione verso una persona del nostro “entourage” quotidiano, oppure provare una forte attrazione in sogno per una persona che nella realtà non avremmo mai considerato, potrebbe evidenziare una passione nascosta, di cui magari ci vergogniamo.

I sogni e i cosiddetti lapsus freudiani sono le manifestazioni dell’inconscio più semplici da spiegare.

Per comprendere in cosa consiste il lavoro di conoscenza del proprio io, nella consapevolezza che esiste anche una parte inconscia, vi presento l’osteopatia…

 

 

L’OSTEOPATIA, PRINCIPI ED APPLICAZIONE

 

L’osteopatia è una filosofia, una terapia manuale e una scienza medica, non prevede l’utilizzo di farmaci, non si occupa di patologia ma della Salute.

Essa offre il suo contributo terapeutico in ogni condizione patologica, nel nome delle leggi naturali e delle forze vitali che governano la vita.

L’intervento osteopatico fonda i propri principi olistici sulla fisica, chimica, biologia, neurofisiologia e biomeccanica del corpo umano. Essa garantisce il ripristino equilibrato di tutte le suddette forze nel corpo, fisiche, chimiche e mentali, e garantisce di fatto i presupposti necessari alla guarigione, rispettando la relazione tra corpo-mente-spirito.

I principi biomeccanici alla base del concetto osteopatico riguardano tutti i piani di esistenza dell’uomo: fisico, mentale e spirituale. A differenza di altri approcci terapeutici, l’osteopatia “opera sulla qualità della vita” e studia l’individuo nella sua totalità: non fa diagnosi di Patologia, non si occupa del Sintomo, ma dello stato di Salute.

Riconosce l’esistenza di leggi che regolano l’universo interiore dell’uomo, ben oltre le semplici reazioni biochimiche, favorendo il naturale processo di autoregolazione e autoguarigione del corpo.

Il trattamento osteopatico incoraggia e supporta i principi omeostatici del corpo ed il suo equilibrio naturale.

L’intervento osteopatico è basato sull’unicità psico-fisica del paziente nell’istante preciso della consultazione,piuttosto che sulla definizione patologica in cui il paziente viene imprigionato e ridotto.

Ciò richiede un’attenta valutazione della sua fisionomia, costituzione corporale, stato psico-emotivo, capacità di recupero, postura, ampiezza dei movimenti attivi e passivi, vitalità espressa nella motilità viscerale, fasciale e nel ritmo cranio-sacrale.

Nella luce di tali presupposti, il quadro sintomatico acquisisce un’importanza secondaria (ad eccezione dei casi che mettono a rischio la vita o la stabilità psico-fisica del paziente), poiché viene inserito nella condizione globale dell’individuo in esame.

Ciò implica un distacco dell’intervento terapeutico dall’area in cui si manifesta il sintomo.

Su cosa può intervenire l’osteopatia? Premesso che l’osteopatia non cura patologie, ma promuove la capacità di recupero e guarigione del corpo ottimizzandone i processi fisiologici e fisici, il campo di azione dell’osteopatia ricopre:

  • Cervico e lombo algie;
  • Colpo di frusta, colpo della strega;
  • Nevralgie, artralgie e dolori reumatici;
  • Spasmi e crampi muscolari, capsulite adesiva;
  • Sindrome dell’intestino irritabile;
  • Costipazione, coliche neonatali;
  • Emorroidi;
  • Asma, cefalea, emicrania;
  • Otiti e sinusiti;
  • Disfunzioni circolatorie periferiche;
  • Disfunzioni temporo-mandibolari e del sistema stomatognatico;
  • Malocclusioni ortodontiche;
  • Prolassi o spasmi del pavimento pelvico;
  • Dolori mestruali, lombalgie di gravidanza;
  • Cistite, infertilità;
  • Incontinenza;
  • Disfunzioni endocrine;
  • Somato-emozionale.

Il somato-emozionale è osteopatia non è una branca a parte! Quello che è fondamentale nel somato-emozionale è capire! Innanzitutto, comprendere il paziente ed i suoi sintomi. Da questa comprensione avremo un’azione.

Sarà fondamentale comprendere:

  1. la struttura del soggetto;
  2. come si è formato il problema;
  3. comprendere il suo grado di dolore ed infiammatorio. Qui è necessario conoscere tutta la chimica dell’infiammazione e qual’è il messaggio del corpo, sapendo che tutto quello che succede nella vita non è mai frutto del caso.

 

La prima cosa che ci permette di individuare questo percorso è conoscere la storia dell’individuo. Ciascuno regola parte delle tensioni del corpo-strutturali-fisiologiche.

Tutti i traumi determinano una stimolazione del corpo, a sua volta tutto ciò che stimola il corpo crea uno stress. Lo stress non stimola dal punto di vista emozionale, è quando chiediamo a noi stessi di adattarci e quindi lo stress è una sindrome di adattamento.

Il cambiamento richiede produzione di energia. Noi siamo in continua produzione di energia, per determinare un continuo adattamento.

Questa nozione di stress genera un’emozione. Il trauma scatenato dall’evento produce una reazione nel nostro corpo e che il cervello traduce.

Il nostro corpo produce un ormone che non può essere interrotto, le “endorfine”, l’ormone del piacere.

 

Per presentarvi questa bella e forte relazione che ho scoperto tra l’osteopatia e “il vivere la vita nel presente e nella libertà dal giudizio” vorrei raccontarvi di una mia esperienza che mi ha portato alla stesura di questo articolo.

Un paziente, grande lavoratore, mi venne a trovare perché il lavoro lo porta a stare tante ore al computer seduto su una sedia e allo stesso tempo a gestire un’azienda; nel tempo lo ha portato alla manifestazione di un fastidio su tutto l’arto superiore destro che si è evoluto in forti emicranie nell’emisfero destro della fronte.

Al termine del trattamento giovando dei cambiamenti e dei miglioramenti acquisiti mi disse: “Io in passato sono venuto per questo fastidio al braccio che è migliorato, ma alla prima visita ho dimenticato di raccontarti che durante la quarantena è emersa questa sensazione di vertigini che si presentava principalmente a letto, mi facevano svegliare la notte e necessitavo di muovermi in blocco per evitare il fastidio, tanto che trovavo beneficio solamente nel dormire supino. Ma adesso, già dopo la scorsa visita, va meglio… entrambi i disturbi si sono placati… soprattutto, quello che più mi giova è, quando sono qui sdraiato sul lettino, perdo la cognizione dello spazio e del tempo… non so quanto tempo mi tieni disteso, mi sembra di essere in vacanza sopra un lettino al mare a prendere il sole e non pensare a nulla…”

Possiamo così dedurre che in un trattamento osteopatico non ci limitiamo alla cura dei disturbi fisici del paziente, ma alla ricerca del benessere, dall’origine di questo fastidio, al quale spesso dati i ritmi di vita attuali richiedono una forte componente emotiva che ci rende consapevoli delle nostre difficoltà, dei nostri limiti, piaceri e passioni.

Quindi quello di cui mi occupo io come osteopata è rendere il paziente consapevole che il disturbo per il quale mi ha contattato ha sì una componente fisica, ma prima di tutto deve essere pronto al cambiamento, il cambiamento avvolge in sé una componente fisica, metabolica, energetica ed emotiva.

Il lavoro terapeutico serve dunque a resettare i disturbi, gli scompensi posturali che i pazienti percepiscono trovando spiegazioni, punti di forza, e nuove visioni che accrescono la consapevolezza.

 

 

LA CONSAPEVOLEZZA

 

Che cos’è la consapevolezza? Se ne parla a proposito di crescita personale, olismo, spiritualità; sia le discipline olistiche, sia quelle psicologiche, sia chi tende al conseguimento del risveglio spirituale, hanno a che fare con la consapevolezza. Ma che cos’è esattamente? Chiarire che cos’è può servirci a delineare meglio il nostro cammino evolutivo, a conoscere più a fondo noi stessi.
La consapevolezza è propria dell’essere umano, e lo distingue dalle altre forme di vita di questo pianeta.
La consapevolezza è innata nell’uomo a livello potenziale, sia nell’essere più evoluto, sia in quello meno evoluto; nel primo caso, essa è semplicemente più sviluppata, espansa e perciò evidente, nel secondo caso è nascosta o latente: essa attende di essere svelata. Da un certo punto di vista, abbiamo scelta assoluta di elevarci o di cadere, ma sarà il ritmo e il processo stesso della nostra evoluzione che ci predisporrà a manifestare ciò che siamo, ciò che abbiamo già raggiunto dentro di noi proprio grazie alla maturazione della consapevolezza. Le cadute, gli errori, ci dirigono verso la graduale realizzazione della consapevolezza, tanto quanto i successi personali.

Dunque, la consapevolezza non è qualcosa che si può conoscere in modo oggettivo; infatti, non è qualcosa di esterno a te, non è un oggetto. La consapevolezza ha a che fare con noi, col nostro Essere, con la nostra vera Natura, implicita nel nostro essere qui.

Non possiamo accingerci a dare una definizione di consapevolezza, allo stesso modo in cui definiamo un oggetto, un elemento materiale misurabile. Più che dire che cos’è, si possono osservarne gli effetti. Si può riconoscerla, viverla, esserla. Si può attingerne, come ad una materia prima, per forgiare qualcosa di autenticamente nostro.

Da quanto è emerso, la consapevolezza è tanto qualcosa che c’è già, quanto qualcosa che deve essere raggiunto. In una certa dose, sei già consapevole, e in una certa dose hai da diventare consapevole. Possiamo raggiungere la consapevolezza che ci manca, solo utilizzando al massimo quella che già abbiamo: consapevolezza attrae consapevolezza. La consapevolezza che abbiamo già, ci mostra le nostre risorse, i nostri punti di forza, i mezzi che abbiamo a disposizione nel nostro percorso di consapevolezza. La consapevolezza che deve essere raggiunta, si accenna a noi attraverso i bisogni e gli aneliti, perseguendo i quali noi viviamo la nostra vita e cresciamo.

La consapevolezza viene comunemente associata all’essere al corrente di qualcosa, siano essi oggetti esteriori che interiori; perché la nostra tendenza è di essere catturati da ciò che la consapevolezza contiene. Se c’è un pensiero o uno stato d’animo, esso attrarrà la nostra attenzione, facendo passare in secondo piano ciò che lo rende manifesto.

Molto spesso il contenuto è così strutturato da diventare il contenitore: se per esempio siamo alle prese con il tema della sopravvivenza, esso diviene l’oggetto di riferimento della nostra vita e noi siamo inglobati da questa costante preoccupazione. All’interno di tale bolla non vi è spazio per la consapevolezza; vi è solo una contrazione che ci sospinge a correre per accaparrare quello che ci serve, o ancora meglio, che pensiamo ci servirà.

Ci identifichiamo con il contenuto anche perché siamo convinti che gli oggetti rappresentino la nostra identità: idee e sentimenti propri ci sono molto cari e siamo disposti a tutto per difenderne il valore, per mantenerli in vita, perché ci definiscono. Mentre nell’esserne consapevoli riusciamo ad osservarne l’effetto nel corpo, dandoci così la possibilità di occuparci della nostra sopravvivenza da uno spazio rilassato.

Proviamo ad immaginare la consapevolezza come un paesaggio naturale con vari habitat e diversi abitanti, ognuno dei quali rappresenta un livello della scala evolutiva.

Il lombrico striscia sul terreno, ciò che riesce a vedere è limitato, la sua visuale è ridotta. Non potrebbe fare diversamente, è la sua condizione di quel momento a determinare dove si trova; non può volare alto nel cielo. I fili d’erba gli appaiono tronchi, i sassolini sembrano montagne. Superarli pare difficile e faticoso. Ciò che vede è commisurato alla realtà di ciò che lui è. Il suo itinerario evolutivo prevede quelle esperienze e non altre, per il suo avanzamento.

Un bel giorno ci troviamo ad aver superato il livello più basso; siamo saliti un po’, non strisciamo più ma sei dotato di quattro zampe. La visuale è cambiata, magari di poco, ma quel poco è significativo. I fili d’erba sono soffici, li possiamo superare agevolmente, ci divertiamo, li vediamo dall’alto, non ci sovrastano più. E così anche i sassolini. Possaimo spostarci più velocemente. Riusciamo a vedere uno squarcio di paesaggio, mettiamo in relazione più cose.

Ora proviamo ad immedesimarci nella condizione dell’aquila: siamo in grado di vedere tutto il paesaggio dall’alto.

Il paesaggio rimane lo stesso, ma la percezione che di esso ha il lombrico è diversa da quella che ha il cane, che è diversa da quella dell’aquila.

Così l’aquila, ormai molto lontana dalla condizione di lombrico da cui siamo partiti nel nostro esempio, volando alta sarà in grado di cogliere tutto il paesaggio nel suo insieme; all’occorrenza, potrà scendere e focalizzarsi su un solo obiettivo, vedendolo chiaramente proprio grazie alla visione d’insieme.

Più matura è la nostra consapevolezza, più la nostra visione è ampia ed equanime: innalzandoci, prendiamo la giusta distanza dalle cose, non solo da alcune di esse, ma via via da tutte. Ognuna di esse è parte del paesaggio, ma nessuna prevale sulle altre né ingombra o ostruisce il nostro campo visivo. Vediamo con apertura, e allo stesso tempo con profondità: possaimo sia spaziare che penetrare.

La consapevolezza che abbiamo già raggiunto è minore di quella che ancora è avvolta dall’oscurità.

Ma la vita tende inesorabilmente all’evoluzione. E così via via man mano procede il nostro percorso e sveliamo, grazie alla consapevolezza, più consapevolezza, e ce ne impadroniamo, man mano saliamo, la nostra esperienza si completa di nuove comprensioni, la nostra visuale cambia. La nostra struttura rimane immutata di per sé: forse siamo noi che abbiamo introdotto in esso dei miglioramenti, scaturiti dalla maggior consapevolezza. Ma non è dall’ambiente, dal fuori, che sono arrivati i cambiamenti, bensì dal fatto che la prospettiva da cui osserviamo le cose è cambiata. Evolvendo, ci siamo innalzati, e salendo ci siamo resi conto di cose che prima non vedevamo: elementi che un tempo parevano importanti, si sono ridimensionati; elementi prima insignificanti o completamente nascosti, hanno acquistato evidenza. La consapevolezza ci fa continuamente superare noi stesso: è come uno zoom, più saliamo con l’obiettivo e più la visione si allarga, si amplia e riesce a includere facilmente più cose insieme, mettendole nella giusta relazione le une alle altre.

Può essere la consapevolezza sinonimo di mente? Per definirla tale, dobbiamo considerarla incondizionata, priva di pensieri, di conflitti, tensioni. Dobbiamo intenderla come l’aspetto luminoso dell’intelletto, ciò che nel Buddhismo viene detto “chiara luce”, ossia la mente come pura forma ripulita completamente dai condizionamenti, allora è meglio definirla come “non mente”, perché non dice più bugie, ma è aderente alla verità della consapevolezza.

Può essere la consapevolezza sinonimo di coscienza? Per comprenderlo prendiamo come riferimento parole di Osho.

La coscienza è data dalla società. La consapevolezza NASCE in te. La coscienza è qualcosa di preso a prestito, di stantìo, di marcio; la coscienza proviene dal passato che non c’è più… e la vita è completamente mutata. La consapevolezza nasce in te ed appartiene sempre al presente, è sempre attuale. Se vuoi sbarazzarti della cosiddetta coscienza, per giungere a una coscienza reale e autentica, dovrai operare uno sforzo notevole. Tutto questo sforzo è diretto a questo: spostare il baricentro della consapevolezza dalla mente alla non mente, dalla coscienza alla consapevolezza stessa.”

La coscienza è la parte conscia della mente; come la superficie di una palla, ne rappresenta lo strato esterno, mentre l’inconscio occupa l’area sommersa. La coscienza e l’incoscienza sono divisi da un velo costituito dall’ego: esso vive sempre nella parte visibile e controlla che la parte invisibile non emerga. Se ciò accade viene annientato, evento che dà luogo all’unione tra conscio e inconscio. Questa unione ricongiunge tutta la nostra energia, che fiorisce in una consapevolezza libera da associazioni. Essa è la qualità capace di includere conscio e inconscio, perché è la nostra natura. La mente è qualcosa che si forma nel tempo, è la strutturazione dello spazio libero e senza confini che caratterizza la consapevolezza. Possiamo riappropriarci di questa qualità vivendo nel presente. Ovunque ci troviamo siamo presenza e non possiamo che esserne circondati, come un pesce che nuota nel mare.
Molto spesso le persone si attaccano a fenomeni o ad esperienze non comprendendo quale sia l’origine degli stessi né il significato. Così si cercano interpretazioni, magari si cerca di riprodurre o ripetere quelle esperienze piacevoli, mancando il punto essenziale, quello che potrebbe farcene cogliere la portata evolutiva. Occorre quindi attenzione per affrontare nel modo giusto ciò che si apre davanti a noi e non rimanerne intrappolati: uno stato passeggero non è un livello evolutivo; lo diventa solo se viene integrato dalla consapevolezza. Ciò implica che andiamo oltre. Arriva qualcosa, lo viviamo, osserviamo, e lo lasciamo andare! Solo così diventa nostro! Non nella storia ma nell’essenza. La consapevolezza rende possibile tutto ciò, e si accresce ogni volta che diventa tutto ciò.

Qual è il rapporto tra la consapevolezza e la nostra esperienza?
 La consapevolezza è simile a uno sfondo, allo sfondo del cielo infinito, che sta dietro le nuvole. I fenomeni sono come le nuvole, sorgono e passano, lo sfondo rimane. Quando osserviamo, possiamo dirigere la nostra attenzione sulle nuvole, oppure sullo sfondo. Ma qualora le nuvole riempissero temporaneamente tutto il campo visivo, potremmo forse dire che il cielo retrostante è sparito? No. Sappiamo che il cielo rimane, che dietro le nuvole c’è sempre. Simile è la natura della consapevolezza: spazio che accoglie i fenomeni, sfondo che resta.
Per quante nuvole passino nel cielo, diremmo che la natura o la qualità del cielo in quanto tale ne viene influenzata? No. Esso rimane immutabile, ciò che è passeggero non lo influenza. Così possiamo affermare che dipende da noi focalizzarci sulla figura, o sullo sfondo, o cogliere simultaneamente entrambe.
Ciò ci mostra una delle qualità più importanti della consapevolezza: l’inclusività. La consapevolezza include i fenomeni, include la mente, include tutto ciò che è passeggero e che è parte della nostra esperienza. Questo includere è ciò che ci permette di andare oltre, di crescere proprio grazie a ciò che incontriamo sul nostro cammino. L’inclusione è un SI’ incondizionato, è la capacità di stare a contatto con la propria esperienza, senza alterarla o volerla diversa da quella che è. L’inclusione è ciò che comunemente si chiama accettazione, termine anch’esso molto frainteso, perché filtrato dalla mente. Solo la consapevolezza può accettare, perché è aldilà di tutte le cose, e sa che non contrapponendovisi può fluire con ciò che l’esistenza sta manifestando.
La consapevolezza è la fonte delle soluzioni ai problemi della vita. Finché ci arrovelliamo e ci sembra di essere in un vicolo cieco, ci stiamo dibattendo all’interno della mente: non possiamo trovare la soluzione a un problema, restando all’interno del problema stesso o del tipo di mente che lo ha generato. La mente condizionata è incapace di accettare, di vedere e di valutare con obiettività, poiché si alimenta di identificazioni: se noi diventiamo il problema, o esso diventa addirittura più grande di noi, ci sarà impossibile vederlo dall’esterno e aggirare l’ostacolo. Quanto tempo sprechiamo nel tentativo sterile e infruttuoso di riflettere, di paragonare, di pensare; l’errore di fondo è sempre lo stesso: cerchiamo la soluzione al difuori di noi stessi. Magari incolpiamo gli altri per le nostre manchevolezze, e aspettiamo che siano gli altri a fornirci la soluzione, che peraltro non siamo in grado di recepire.
Ci dimentichiamo di noi stessi, della nostra risorsa più grande, la consapevolezza. Essa è sempre più grande di qualsiasi problema, perché è nella sua natura essere oltre i fenomeni. Perciò è in grado di comprendere la natura del problema: lì sta la soluzione. Essere consapevoli è essere ricettivi a se stessi. E’ ricevere la soluzione da dentro.

La consapevolezza è la chiave che apre tutte le porte” – Osho –

La consapevolezza è la base e la guida della percezione. L’esistenza ci offre molte opportunità per evolvere. Facciamo ogni giorno molte esperienze. Ma quante e quali di esse diventano un tesoro per noi, al punto da essere formative e farci espandere la consapevolezza? Ogni istante ci sono una molteplicità di stimoli, in noi e intorno a noi: il corpo è in continuo movimento, anche se sto fermo; i pensieri si susseguono e così le emozioni; i sensi esterni sono colpiti da svariate stimolazioni. La consapevolezza allora è ciò che mi permettere di accorgermi di quel che mi sta succedendo nel momento presente, e di percepirlo esattamente così com’è. La mia percezione si dirige in ciò che la consapevolezza evidenzia in quel momento. Più la consapevolezza è allenata, ampia e profonda, più tiene la mia attenzione nel presente, guidandomi a riconoscere ciò che c’è. La percezione cambia, si affina ed evolve con l’evolvere della consapevolezza.
La consapevolezza è la fonte e la base di ogni autentica conoscenza, mi accorgo, dico sì a ciò che c’è nel momento, percepisco, assimilo e lascio andare. In tutto questo mi unisco al fenomeno, lo vivo fino in fondo. La qualità di osservazione della consapevolezza è di essere vigile e al tempo stesso totale nel coinvolgimento…Spazio, tempo, vita, morteNessun altro aspetto dell’essere è intrinsecamente consapevole, né l’amore, né la gioia o la forza, né il coraggio o la compassione, ecc… ognuna di esse è un aspetto che fiorisce nella consapevolezza, senza la quale rimarrebbero al livello delle emozioni.

Che cos’è allora la consapevolezza? Ne abbiamo delineato alcune qualità, ma il viaggio nella consapevolezza è infinito. Più ci si addentra, più la consapevolezza stessa si rivela infinita: ci rendiamo conto della piccolezza della mente e delle sue prospettive limitate e limitanti, e gioiamo di quanta libertà di movimento, di esplorazione ed espressione ci da la consapevolezza. La mente all’inizio potrà protestare, sentendosi a disagio con qualcosa che sfugge ad ogni definizione, ed è più grande di lei. Ma più esercitiamo la consapevolezza, più ci rendiamo conto che essa è l’unica via possibile, l’unica via sensata da percorrere, se vogliamo davvero essere felice.
Dove ci conduce il viaggio infinito? Non c’è una fine.
Al principio, essa nasce come consapevolezza individuale, nasce da noi. Da questo punto di vista, ogni consapevolezza è unica, perché ogni persona la vive a suo modo e la scopre e la espande col suo percorso.
Poi, man mano che si rafforza e che si espande, la consapevolezza tocca e include aspetti che vanno oltre il personale
, e che la connettono alla dimensione più ampia della coscienza collettiva.

 

 

 

CONCLUSIONE

 

Fuggire dal presente è qualcosa che facciamo in modo inconsapevole, la sua influenza è talmente potente da permetterci di cambiare il nostro futuro con le nostre decisioni o di seppellire o dare un senso al nostro passato.

Il presente è fatto di tutte le possibilità che abbiamo a disposizione e di quelle che scegliamo.

Negare il presente significa paralizzarsi per paura del futuro e delle sue conseguenze immaginate o immobilizzate dalle esperienze passate.

Come vi ho già anticipato, il futuro è quel minuto, quell’ora che sta per arrivare. Pensare al futuro come a qualcosa di lontano e di idealizzato è una via di fuga di fronte ad un presente in cui non ci sentiamo a nostro agio.

Perché pensiamo che quello che verrà sarà sempre migliore? Ci preoccupiamo di idealizzare il futuro, e quando arriva rimaniamo delusi. Ovviamente bisogna valutare ogni cosa, ma non dobbiamo permettere che il nostro presente venga influenzato troppo dal futuro e dal passato; perché dopo aver raggiunto la meta, continueremo a pensare al domani e così via. Cercheremo sempre di guardare più lontano quando invece dovremmo prestare attenzione ai passi che stiamo facendo, a come stiamo camminando.

In conclusione, l’obiettivo di questo articolo è quello di spronare noi stessi a conoscerci e conoscere la forza del benessere fisico ed interiore. Questi ultimi sono frutto del trovare il tempo per accogliere le nostre passioni, che al giorno d’oggi è molto difficile date le richieste della nostra società che ci proietta verso una vita molto frenetica, disordinata e dove soprattutto è difficile coltivare le nostre passioni, i nostri piaceri, estreme fonti di rafforzamento metabolico e rilassamento emozionale.

Io osteopata agisco nel presente, ovvero ascolto, valuto e cerco di aiutare il paziente tramite l’analisi dei propri disturbi fisici, propriocettivi, energetici e metabolici che sono in azione in quel momento, così da accelerare i tempi di recupero e stabilizzare la fonte di energia.
Quello che vorrei presentarvi con questo articolo è questa affascinante relazione che vi è tra la persona, il corpo umano e la propria posizione nello spazio e nel tempo…

Siete pronti a concentrarvi sul vostro presente?

 

 

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